“Emergenza Nord Africa”: qualche osservazione dopo l’incontro con alcuni dei migranti beneficiari del progetto

 

In fuga dagli scenari di guerra della primavera araba, migliaia di migranti nel 2011 sono fuggiti dalla Tunisia e dalla Libia e sono arrivati nel nostro paese. L’impegno delle istituzioni è stato quello di offrire assistenza ai profughi, attraverso il progetto “Emergenza Nord Africa”: la gestione dell’assistenza è stata assegnata alla Protezione civile, che ha dislocato i migranti in tutte le regioni italiane, Sardegna compresa.

Tra i migranti accolti, quasi tutti hanno presentato richiesta di asilo: alcune sono state accolte, altre respinte, molte altre sono ancora in attesa di risposta.

Il 31 dicembre 2012 è scaduto lo stato di emergenza dichiarato dal governo a febbraio 2011. Il primo gennaio 2013 era prevista la conclusione degli interventi straordinari e, con essa, l’erogazione delle risorse. L’incertezza sulla copertura finanziaria riservata per l’accoglienza dei profughi si è risolta solo nelle scorse settimane, con la conferma del programma sino almeno alla fine febbraio. Le Prefetture, subentrate alla Protezione civile nella gestione ordinaria, saranno responsabili dell’assistenza per i prossimi due mesi, stipulando nuove convenzioni con le strutture ospitanti i profughi, o rinnovando quelle vigenti. Ciò che si intenderebbe garantire agli stranieri ancora presenti è una accoglienza finalizzata a una progressiva uscita dei migranti dal “sistema”, anche attraverso programmi di rimpatrio volontario e assistito. Tuttavia, non sembra ancora previsto un piano d’azione a medio e lungo termine.

L’incontro del 13 dicembre, avvenuto nell’ambito delle attività del progetto Traghettamenti, ci ha consentito di ascoltare le testimonianze di alcuni tra i migranti ospiti nell’Isola. Siamo rimasti colpiti dal loro racconto: i profughi sono stati “ospitati” (o tenuti a “bagnomaria”, come qualcuno ha detto) non si sa in quale prospettiva, e una situazione che avrebbe dovuto essere soltanto provvisoria, continua a protrarsi da quasi due anni.

Le strutture private che hanno accolto i profughi (spesso isolate, e non funzionali a favorire processi di integrazione) sono gestite da associazioni e cooperative che sino a poco prima si occupavano di povertà e di devianze, ma non di questioni legate all’immigrazione, e che non hanno potuto offrire ai propri assistiti se non l’assistenza minima: un letto e i pasti caldi. Nonostante i tanti soldi stanziati, nella maggior parte dei casi i previsti corsi di italiano, i percorsi di integrazione, gli inserimenti formativi, i servizi di orientamento psicologico e lavorativo (tanto più difficili da attuare in questa fase di grave crisi economica), non sono mai partiti, o sono partiti solo come necessario “adempimento amministrativo”, nel dicembre 2012.

Alcuni tra i migranti intervenuti hanno disperatamente richiesto un rinnovo dell’accoglienza; altri, un’accoglienza che permetta loro di farcela da soli, nel minor tempo possibile.

L’impressione è, comunque, che tra i migranti sbarcati saranno veramente pochi coloro che, terminato il programma di accoglienza, avranno raggiunto livelli di autonomia tali da pensare di potercela fare da soli.

Cercheremo di informarci e di informare ancora sull’evolversi del programma e sulla situazione dei profughi, in particolare di quelli ospiti in Sardegna, augurandoci che i diritti delle persone possano coniugarsi a una buona gestione delle risorse pubbliche e che, anche se tra le tante difficoltà, si possa finalmente passare da una fase di accoglienza in “emergenza” ad una nella quale tutti, migranti, operatori, cittadini e cittadine, siamo impegnati a costruire la normalità della quotidianità e delle relazioni.

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