Dalla Bosnia – 20 anni dopo

A vent’anni dal genocidio di Srebrenica, dagli accordi di Dayton, dalla fine della guerra, alla vigilia della visita di papa Francesco a Sarajevo (prevista per il prossimo 6 giugno) quest’anno, ad aprile, ho visitato la Bosnia.

Superato il confine italiano, ho percorso la costa croata e slovena, visitato Mostar e Sarajevo, e poi sono risalita verso Trieste con piccole tappe a Travnic, Jajce, Banja Luka e Prjedor, dove sono stata ospitata da una famiglia del posto.

Mostar. La città vista dal ponte ricostruito

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Nonostante la guerra sia finita da quasi vent’anni, ho incontrato un paese molto fragile, in un totale “congelamento” sociale, politico ed economico. Le divisioni etniche-nazionali sono ancora le stesse (se non addirittura più esplicite e concrete) e continuano ad essere usate da una classe politica inefficiente e affaristica per mantenere lo status quo; la disoccupazione giovanile è al 49%, un milione di profughi non sono mai tornati e vivono sparsi in paesi dell’Unione europea ed extra europei. 20150403_101042

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nel centro di Mostar

un piccolo cimitero nel centro di Mostar

un piccolo cimitero nel centro di Mostar

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nelle foto seguenti: edifici non ricostruiti a Mostar

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nella parte nuova di Mostar, all’ingresso di un parco, un cartello significativamente modificato

A Sarajevo abbiamo visitato quello che resta del tunnel che durante l’assedio ha consentito la sopravvivenza agli abitanti della città. I 25 metri rimasti sono diventati un piccolo museo, gestito dalla stessa famiglia proprietaria del terreno, che a suo tempo autorizzò la sua realizzazione. 20150404_152021 20150404_152059

All’ingresso, un cartello: “A Sarajevo, nasce e muore il XX° secolo”. Ed è proprio così.

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Sarajevo. La biblioteca ricostruita

I sarajevesi rivendicano ancora orgogliosi la propria identità composita, costruita attraverso la convivenza pacifica di popoli e religioni diverse (e ci ricordano che la loro è stata l’unica città europea nella quale gli ebrei non sono stati confinati in un ghetto); ma oggi, proprio a causa della guerra, sembra  successo quello che la guerra voleva impedire: l’influenza turca è visibile, nelle tante ragazze con il capo coperto che passeggiano per il centro e che danno l’impressione di una città a maggioranza musulmana.

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Sarajevo. Il vecchio cimitero ebraico, ora abbandonato

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Veduta di Sarajevo dal cimitero ebraico

Il condizionale è, comunque, d’obbligo: l’ultimo censimento si è svolto in Bosnia nel 2013, ma i risultati non sono ancora stati resi noti. Troppa la paura, forse, che i numeri possano raccontare verità non gradite e sconvolgere gli precari equilibri raggiunti o, forse meglio, l’attuale “congelamento”.

La fontana di Sebilj’, vero e proprio simbolo della città: chi beve la sua acqua tornerà a Sarajevo

La fontana di Sebilj’, vero e proprio simbolo della città: la leggenda dice che chi beve la sua freschissima e pulitissima acqua ritornerà a Sarajevo

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Sarajevo. Un edificio danneggiato, vicino alla sinagoga

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Le bombe e i colpi di mortaio hanno lasciato il loro segno, oggi ricoperto di resina rossa: sono le “rose di Sarajevo“

Nel viaggio ho incontrato tante persone, e sono rimasta stupita del fatto che nessuno si lamentasse, o esponesse il suo dolore, nonostante i forti traumi subiti. Alcuni esprimevano tutta la loro sincera, malinconica incredulità (ancora oggi) per quello che è successo. Tanti (tutti) sottolineavano la surrealtà di una abnorme rappresentanza politica che, per rappresentare tutti, non rappresenta nessuno, e tutti scontenta.

Mi è sempre sembrata profondamente vera la definizione dei Balcani “luoghi chiave della postmodernità”. L’impressione è che tutto quello che temiamo possa succedere, qui è già successo; e la sensazione è che sia impedito al conflitto di trovare una sua soluzione, e questo l’ha congelato senza risolverlo. Chi ha gestito la pace, dopo, è colui che ha generato il conflitto.

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Travnik, cittadina a 80 km a nord ovest di Sarajevo, famosa per aver dato i natali al premio Nobel per la letteratura Ivo Andrić

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Jajce, le cascate della Pliva

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Jajce. Davanti alle cascate, un commerciante coraggioso ha allestito una piccola bancarella per i turisti di passaggio

 

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Prjiedor. Storico centro commerciale, ora chiuso

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Una pianta di asfodelo, diffusa nei terreni secchi, poveri e sassosi: in Bosnia ... e in Sardegna

Una pianta di asfodelo, diffusa nei terreni secchi, poveri e sassosi: in Bosnia … e in Sardegna

La colonna sonora del mio viaggio è stato ‘”Carrie and Lowell“, l’ultimo disco di Sufjan Stevens: musica struggente e bellissima, che parla di amore e di perdita.

Teresa

Letture e ascolti che, in tempi e con modi diversi, hanno accompagnato il mio viaggio:

Jože Pirjevec, Il giorno di San Vito. Storia della Yugoslavia 1919 – 1992, edizioni RAI, 1993

CSI, La linea gotica, 1996

Jože Pirjevec, Le guerre jugoslave. 1991-1999, Einaudi, 2006

Joe Sacco, Area protetta, Mondadori, Strade blu, 2006

Joe Kubert, Fax da Sarajevo, 1999

http://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Bosnia-vent-anni-dopo

 

 

 

 

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Una risposta a “Dalla Bosnia – 20 anni dopo

  1. Complimenti Teresa per questo interessantissimo reportage!!! E grazie!!!

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