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dalla Bosnia

Nel 2002, a conclusione del Corso di formazione sulla gestione positiva dei conflitti, svoltosi a Cagliari nell’autunno del 2001, Andrea, Cristina, Enrico e Valentina hanno fatto un viaggio di conoscenza in Bosnia. 

Questo è il racconto della loro esperienza.

 

Ich bin BiH: siamo tutti bosniaci! di Enrico Euli

Ventotto.

Split! Un velocissimo, brevissimo salto tra “noi” e “loro”, i dalmati, che sono più di centouno, l’Adriatico non è un mare, è un bidet, mi viene da pensare … Quindi qui è stata la guerra, vicina, poco tempo fa. Ci sarà ancora?

Giovani e giovanissime, forti e vivaci, si aggrappano alle banchine e ai dondoli del caffè “Dolce Vita”, a centinaia.

Due poliziotti ci conducono verso l’Hotel Slavjia, avviluppandoci misteriosamente in meandri e vicoli sfuggenti tra le rovine imperiali: cerchiamo con gli occhi il Palazzo di Diocleziano, ma non riusciamo a vederlo. Scopriremo tardi che questo accade perché ci siamo dentro, lo abitiamo, ci abita. Si è adattato, coevolve  insieme alla città nel tempo, e a chi lo abita con lui. Perché è così difficile capire qualcosa se siamo dentro a qualcosa? Come possiamo vivere così fuori proprio da ciò che sta più dentro di noi? Riti cattolici dalla cattedrale, Blues Brothers dal bar di sotto. Ci addormentiamo.

Ventinove.

L’autobus di linea ha le sedie reclinabili, si chiamano “America”. Si costeggia, corteggia, il mare verso sud, e le isole, innumerevoli. Pescatori sugli scogli, sole, cartelloni pubblicitari di auto e banche, musica leggera. Desiderio di normalità, quiete apparente. Ma cade una bottiglia dallo sportello in alto: i visi schizzano in una smorfia malcelata di paura. Alcuni salgono, e più si scende
verso il confine, più sembrano depressi, tesi, scavati nel profondo da qualcosa che sta sotto, che si muove, annaspa, recede, riemerge…
Neretva, ampia, calma, verdissima, ci è compagna nel lungo corso. Natura risplende, dopo la devastazione.
Vicina, sfattina, sonnecchia placida dopo aver letto “Gloria”, rivista per donne ignote che insegue donne famose.
“Dobro dosli”: anche il benvenuto sembra avere il nome di un dolce, qui in Bosnia.
Furgoncino della Sfor a fianco di una Fiat 124 Zastava: le sue macchine circolano ancora, ma la fabbrica a Belgrado (do you remember?) non c’è più.
Mi incammino, con cautela, verso il greto: una bicicletta da bambino giace da tempo, stracci di una vecchia tuta intrecciati alla catena. I fiumi, i laghi soprattutto, sono più belli da lontano che da vicino: mi è accaduto spesso.
Torno indietro. Giovani disoccupati si stravaccano al baretto, poco oltre la dogana. Accettano di tutto: kune, euro, dollari, marchi, marchi convertibili (monete ufficiali, sembrano soldi del Monopoli …).
Più si avvicina Mostar e più il disastro si intravvede, il mostro riappare dalla terra.
Forse è per questo che la mia vicina ora legge l’edizione locale di “Svegliatevi!”?
Anche Medjugorjie è vicina, qualcuna prega, ne sente il bisogno …

Cimiteri immensi, bianchi e a croci, si innestano a case distrutte che si intrecciano a case in costruzione, a campetti da calcio, a basi militari in disuso, a vetri infranti rattoppati con lo scotch a banda larga UNHCR.
Le montagne dei cecchini incombono angoscianti sulla città ancora divisa, leggera neve sui picchi.
La parte musulmana è umiliata dagli alti palazzi, dal benessere esibito al di là del fiume. Le palazzine qui sembrano aver avuto la scarlattina: le pareti a pois, piccoli crateri sparsi a raffica attorniano finestre rammendate, cicatrici di cemento, ferite smarginate, feritoie nella pietra.

Torna a memoria il dolente verso del poeta: di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro, è il mio cuore il paese più straziato.

Un uomo solo percorre lento i binari della ferrovia, tra l’acqua e il dirupo. Tanto nessun treno va, da ore.
Si sale verso nord. Da un lato ancora case isolate, crivellate, deposte. Sull’altro, il mega Restaurant Euro, ancora in fasce.
Qualche aborto di villa americana affianca baraccopoli in disarmo.
Alberi bruciati, neri ceppi, gallerie più lunghe tra le gole.
Non so come, a un certo punto, il fiume viri alla nostra destra. Un anziano parla di Israele e della Palestina: non riesco a capire se, dietro le lenti spesse e opache, guardi senza vedere o veda senza guardare. Nei suoi occhi, netti e senza scampo, soltanto un prima e un dopo.
Jablanica e Konjic corrono via davanti agli occhi. La voce recitante del muezzin si mescola al roteare di piccole pale: mosse dall’energia dell’acqua, girano lunghi spiedi che impalano agnelli. Anche gli esseri umani, proprio qui, solo pochi anni fa, si sono infilzati, bruciati, sbranati, a turno, a rotazione.
Ora, parabole sospese dai balconi impallinati, vecchie e nuove automobili, vulkanizer e autopraonica per ogni dove …
Girano pochi soldati, molti soldi. Solo l’uranio, nelle falde e nell’aria, è impoverito. Ma forse è povera anche la vecchia che fa l’uncinetto assorta su quella carriola sghimbescia.
O la giovane Rom col dente brillantato che risplende dalla bici. I ritti contadini che vendono succhi e miele sulla strada.
E questo bambino che mi passa a fianco, con la maglia della nazionale tedesca?
E la mia vicina di viaggio che scende proprio ora, davanti alla pizzeria Capri? Un’ennesima, più lunga galleria si apre alla luce: Kanton Sarajevo!
Ampie tracce di neve ai bordi e sulle colline, alla stazione di Blazuj, ex periferia di una ex capitale d’Europa.
Casette, capre e covoni, greggi di pecore, assediati da United colours of Benetton e Hotel Hollywood.
Allahu ekber! è il graffito che attacca alla fronte lo stabilimento della Coca Cola.
Elicotteri in pattugliamento ronzano dall’alto.
Ma ecco, laggiù, la mitica città si staglia. Nausea e gambe respirano.
Sale l’emozione nella gola, e tra noi … Dopo otto ore di viaggio.

 Trenta/Trentuno… (non conto più per nessuno…!)

È trascorsa soltanto una notte ed eccoci qui, dentro una casa, a bere kafa intorno al tavolino di Ramiza, costumista al Teatro nazionale. Valentina ci ha condotto da lei, dopo averci accolto alla stazione col pick-up.
Ci si può fidare, sentiamo.
Intorno a quel tavolino impariamo presto che si parlano tutte le lingue, e nessuna.
“Many identities, Civil links, Link diversity”, recita colpevolmente ingenuo un manifesto dello Stability Pact.
Ma ieri notte, immersi nella passeggiata di Feradjha, vasca brulicante, babele di lingue e di segni, ribollente di suoni ed immagini, abbiamo incrociato davvero migliaia di giovani esseri che nuotano, come piccoli pesci miracolosamente scampati da una trappola a trame troppo larghe, tonni sfuggiti alle camere della morte …
È una rete invisibile, inopinata, quella che avvince a sé, loro e noi ora, intrisa dalla voglia di vivere – rivivere a qualunque costo. Pur di uscire dal coma, dopo un incidente quasi mortale. Ma per entrare dove?
“To be! No question”, recita Shakespeare all’ingresso di un ristorante per turisti.
Entriamo. Cura dei particolari, luci soffuse, porzioni infinibili.
Ai muri, riappare la memoria: un violinista tra le rovine della National Library, distrutta, svuotata come un guscio d’aragosta. “It’s not a fiction, it’s a fact!”, ricorda.
1395 giorni di assedio, il più lungo della storia umana moderna (moderna?).
Diecimila morti.
Permangono, sotto la scorza, i segni visibili, per chi vuole continuare a vedere.

Entriamo nella chiesa serbortodossa, che convive al centro con la Cattedrale cattolica e i minareti: una decina di fedeli in tutto, silenziosissimi e quasi clandestini. Sono rimasti in pochissimi, gli altri sono fuggiti verso la Srpska; Pale (regno di Karadzic, in cui ancora trova riparo) è a qualche chilometro da qui, poco oltre le colline.
Il tram per Ilidza attraversa da est a ovest quel che è stato un tempo lo spazio d’addestramento dei cecchini cetnici: il Muzej è ancora a pezzi, l’Holiday Inn (c’era da aspettarselo) è in perfetto stato; piantato su, ma abbrunato e vuoto, resta in piedi il Parlamento, monumento a quell’idiozia dei leader e delle greggi etniche che qualcuno si ostina a chiamare politica.
Dalla stazione partono autobus Tourist Kossova, diretti a Pristina. Sciami di zingari, sempre e comunque ultimi tra i paria, compiono ancora assedi per nuove e vecchie elemosine.
Ci scioglie guardare la sede di Oslobodenje, quotidiano coraggioso, liquefatta al suolo come una torre gemella. La fotografiamo, per portarla nel cuore, come fossimo giapponesi.
Scopriamo che molti autobus in città provengono proprio da lì, da aiuti provenienti dal Sol Levante. Nuova alba per Sarajevo?
Se guardo gli occhi di Ramina mentre legge con me la mappa storica sulla città che ho appena acquistato, non posso fare a meno di dubitarne: vuole provare a guardare ancora, a ricordare per me, ma il suo viso si storce, sale la nausea, il corpo si piega, scappa via. Torna nervosa al divano, chiusa come un gomitolo di spago, accende l’ennesima Drina, appoggia il mento sul gomito, sorride mesta, tace.

Un, due, tre … (quattro, cinque, sei…!)

Dormiamo, a Tuzla, a fianco di un cimitero islamico. Ci rattrista meno delle case che sprofondano sopra i giacimenti di sale. E dei lussuosissimi bar per disoccupati che infestano il centro. E dei centri di raccolta per 100.000 profughi che attorniano ancora, e per quanto ancora, l’orribile città industriale, ammorbata da fumi e liquami, da una morte chimica che non lascia scampo ai sopravvissuti dalla guerra.
E l’alluvione che, per il dissesto ecologico, è giunta a completare la compromissione di fiumi e colline. Qui però non hanno mai smesso di convivere, cattolici e mussulmani.
Il nemico comune, o le belle abitudini di convivenza trascorsa, hanno reso possibile che non si scannassero anche tra loro, come è accaduto spesso altrove, all’arrendersi dei serbi …
“Office for Human Rights”, fanno tanto lavoro; non possono credere che siamo lì solo per conoscerli e non per chiedere soldi o progettare qualcosa.
Cattive abitudini, un po’ troppo diffuse qui, tra cooperanti di professione.
Quando si sciolgono, e ci credono, sono davvero accoglienti.
Un giovanottone american style ci conduce al parco, tra i caduti di tutte le guerre.
Gli chiedo, davanti a un busto in bronzo, chi è Tito per lui. Risponde, con un viso che si fa improvvisamente serio, come se appartenesse ad un altro: per mia madre è un mito, per me “basicly, nothing at all”. Ci conduce,  impunemente, ad un mefitico Bosburger. Le donne di “Amica” trovano un po’ di tempo anche per noi: si prendono cura dei traumi di guerra e di assistenza materiale nei campi profughi intorno alla città, di cui – ci dicono – in pochi si occupano.
Eppure le ONG internazionali presenti a Tuzla sono almeno quarantuno (41!).

Il bel tempo ci accompagna sempre in questo viaggio: inatteso, ci rincuora.
Ci accoglie anche quando entriamo nell’ufficio dell’Helsinki Citizen Assembly.
Miralem parla un inglese fluente, sembra un po’ più “politico” degli altri già incontrati.
Il 90% dei villaggi jugoslavi è stato distrutto, il 60% degli abitanti di Tuzla sono disoccupati, le fabbriche sono quasi ferme, in attesa di essere privatizzate a prezzi stracciati. L’autonomia del Governo Bosniaco è precaria, quasi tutto sembra in mano ai Governi vincitori, europei e americani, Banca Mondiale e Fondo Monetario, che qui si fanno chiamare OHR (Office of High Representance). “La ricostruzione sta proseguendo l’opera della guerra, è il cavallo di Troia per la distruzione definitiva dei Balcani”, penso all’uscita, estremo come sempre, arrabbiato come sono …
Le notizie dal satellite tv, a casa di Valentina che ancora amorevolmente ci accoglie, non migliorano l’umore: Sharon ha deciso di farla finita. Non è mai stato un maestro di cerimonie, non è il suo genere. Visti gli esempi, ha pensato bene di condurre anche lui la sua “Enduring freedom” per “sradicare il terrorismo”. Gli si può dar torto?
La pausa per lo sminamento dei campi attorno alla strada è l’unica pausa che l’autobus ci concede, dopo tre ore di viaggio.
I maschi fanno la pipì in fila sull’argine, le donne non so. Tra i passeggeri una tranquillità che sconfina con la rassegnazione.

Il percorso, intanto, non mi aiuta a star sereno: l’itinerario di morte attraversa luoghi, nomi quasi dimenticati, che riemergono dall’orrore: Travnik, Zenica, Vitez, Bugojno, Kupres, Livno.
Fioriscono i mandorli e i meli selvatici, la corrente del Bosna si rivolta su di sé e cambia verso incontrando la Krivaja, crea gorghi ed onde che guardano  all’indietro …
Pulizia etnica, l’hanno chiamata. Qui la convivenza è ormai un miraggio, checchè ne pensino i fautori del rimpatrio forzato. A Donji Vakuf il segno più emblematico: una moschea ridotta a macerie, stuprata da una croce sbeffeggiante.
Più in là una chiesa ortodossa non ha fatto miglior fine. Gli orti di città, le galline che razzolano nelle aie, il verde, si perdono: il paesaggio si fa spettrale, una steppa nera, bruciata, punteggiata da auto rivoltate, case a ferro e fuoco, carcasse, ci circonda ed angoscia.
Piove.
La nostra fronte si appoggia al finestrino, gli occhi proseguono a guardare. Vorrebbero rintanarsi, fuggire, piangere.

Al confine croato rispuntano gli scatoloni delle multinazionali all’ingrosso, le mega concessionarie di auto, le banche, i bar di lusso. La stazione dell’autobus è uno schifo, le scuole anche, e gli ospedali.
Ma, il resto, va. Riappare, benvenuto, il mare dei dalmati. Passa il traghetto della Jadrolinjia, l’onda di ritorno è lenta ma forte, contro il molo. Risaliamo verso lo Slavjia, percorrendo a piedi una via dalla targa inquietante, nuova nuova: Franjo Tudjman ulica. Forse, prima, c’era scritto “Marsala Tita”.
Chissà a chi toccherà l’onore, alla prossima guerra …
Sorseggio l’ultimo “pomaranca nektar” della Croatian Airlines sull’Eurostar tra Bologna e Milano.
Guardo fuori il paesaggio e continuo a vedere croci, lapidi, rovine.
Chiudo gli occhi e torno alla realtà: quella davanti a te è la pianura padana, mi dico.
Sta calmo, la guerra è passata, la guerra è lontana, va bene così …

28 marzo-20 aprile 2002

Questo racconto è apparso sulla rivista “Piroga” n. 6/02.

Tuzla – Cagliari di Valentina Origa

Tuzla, 1° aprile 2002

Due ore e mezzo di gole di montagna allontanano Sarajevo da Tuzla, una delle città che hanno resistito all’assedio, senza chiudere università e scuole, uffici e attività. Col pick up del CRIC incontriamo sole nuovo e vecchia neve, mentre alle frequenti autofficine si alternano, altrettanto regolari, case che vorrebbero dirsi ricostruite e altre che neppure fingono, abbandonate a se stesse e alla propria rovina. A non esserlo, abbandonati, sono invece i militari, la cui presenza, dalle crociate in avanti, è adeguatamente sollazzata: in mezzo al nulla night club e cocktail bar, nomi gentili dei bordelli, fanno dimenticare per qualche ora con le dolci fatiche di peni induriti le dure pene della guerra e della nuova pace – instabile, evidentemente, visto che in mezzo alle montagne un militare col mitra spianato percorre la strada sul suo tank.

No, thanks, verrebbe da dirgli, ma anche l’ironia è amara.  

Sugli alberi i fiumi straripati hanno lasciato migliaia di buste, che penzolano dai rami come frutti tristi, segni che quel che rimane non sempre è felice di essere rimasto, non sempre è meglio che rimanga. È segno che il peggio è passato, solo che il meglio lo aspettano ancora.

L’aria bianca e densa di Tuzla, non è nebbia, ma il fumo delle ciminiere della più grande centrale termoelettrica del Paese. Trivelle, pozzi, strane lagune, palazzi distrutti, edifici storti. È la guerra? No, sono i pozzi di sale, da cui la città ha tratto nutrimento, soldi e vita e su cui ora, come per una dantesca legge del contrappasso, sta sprofondando.

Anche quella che sarà la nostra casa per due giorni, uno dei tanti secondi piani abusivi che permettono alle famiglie di vivere con qualcosa di più che 300 marchi convertibili al mese, dà direttamente sul prato di lapidi bianche di un cimitero musulmano: di morte si vive, e di tante altre cose.

Come primo giro turistico della città, un volontario di 23 anni ci porta a vedere i monumenti ai caduti della guerra: una distesa di 70 immagini ricorda giovani, adulti e bambini caduti sotto una granata nella guerra appena trascorsa, tutti gli altri monumenti ricordano i caduti della Seconda Guerra Mondiale. Tuzla è stata la prima città liberata, ci dice il ragazzo, con l’aria di una guida turistica che ha fatto lo stesso giro troppo spesso, e ci mostra le scritte che ricordano i nomi dei generali yugoslavi caduti, una lapide in mezzo all’erba, il busto di Tito in stile da realismo socialista. «Chi è Tito per te?» chiediamo, e la sua risposta è «Per me praticamente niente, ma se lo chiedete a mia madre, è un Dio».        

In un parco aperto una donna nuda in bronzo, probabilmente del periodo socialista ma dotata di una universale espressione goduriosa, rivolge il suo corpo forte e pieno al sole di Tuzla, in questa improbabile estate di inizio aprile che, con i suoi 23 gradi, ci coglie impreparati nei vestiti e nello spirito. Le passano davanti madre e figlia, dell’una solo il viso è scoperto, sul corpo c’è il tradizionale vestito lungo tipico delle musulmane e la testa è coperta dal fazzoletto, l’altra indossa jeans, scarpe con le zeppe, una maglietta rossa aderente, e ha il viso truccato, i capelli corti.

Camminano così, vicine ed opposte, due generazioni con in mezzo l’abisso del comunismo, del postcomunismo, della guerra, della ricostruzione.

Tornati nella nostra casa vicina al cimitero, prima di cena, la parabola ci collega con il Medio Oriente attraverso RaiDue, che lancia la notizia dell’attacco israeliano come ‘Lotta contro il terrorismo in Israele’. Vediamo le immagini dell’assedio della chiesa, il collegamento telefonico con i salesiani, le strade deserte, e tutto acquista pesi e significati diversi da sempre.

Tuzla, 2 aprile 2002

In questa città, a sua volta circondata, come in un doppio perimetro, dalle strutture che ospitano un’altra città di 100.000 profughi, lavorano 41 ONG, oltre a gruppi, associazioni, organizzazioni locali.

Incontriamo il ‘Bureau of Human Rights’, l’associazione AMICA, che lavora in collaborazione con l’Emilia Romagna e la Liguria, ‘The Citizen’s Pact for South Eastern Europe’, un ragazzo che lavora per l’OSCE ci parla del suo lavoro con i media: è tutto un esporre progetti, un allargarsi di contatti, un organizzare passandosi voce per telefono, e siamo accolti negli uffici, ci vengono mostrati materiali, distribuiti depliants, forniti gadgets politicizzati, magliette, tazze e cartoline con scritte come ‘La politica non è morta’ e sotto la A anarchica, o ‘Non sono pazzo, conosco i miei diritti’.

L’efficienza è tedesca, il fatto che siamo andati là a conoscere, apparentemente, incomprensibile. Troppa la fretta della necessaria e pressante ricostruzione delle case e dei diritti? Troppa la professionalizzazione? Troppi, con ogni probabilità, i visi visti là a promettere o a studiare e far tesi di laurea, o a costruire attività e percorsi a proprio vantaggio – a tutti i livelli -, forse un insieme di questi fattori, la conseguenza è che, nella nostra richiesta di conoscere, appariamo massimamente sospetti, e dunque, al primo approccio, veniamo incalzati in modo che si mostri il nostro vero volto, l’interesse che ci spinge, il desiderio recondito, la mascella vorace dietro il sorriso.

Soldi, soldi, soldi, tanti soldi, diceva una canzone, e l’impressione è davvero che di soldi ne girino molti: i bar, ad esempio, – notoriamente una necessità primaria per un’economia che deve ripartire – sono ristrutturati, pavimentati, marmorizzati. D’altronde, i vari Bosburger sono pieni, a tutte le ore, di giovani pieni di tempo che a voler essere sarcastici si potrebbe dire libero, anche se non altrettanto ricchi di soldi: le industrie lavorano poco, quasi  nulla, e senza che ci sia una vera circolazione economica.

Il nuovo, modernissimo Centro Cattolico e la neocostruita Scuola Coranica competono in sfarzo, quando invece chiediamo che edificio sia quello che sembra la stazione ferroviaria di un paesino del Sud d’Italia, con tanto di cartellone degli orari ormai rotto, ci rispondono che si tratta del Municipio.

Cagliari, 19 aprile 2002

Ascolto per caso, al telegiornale, uno dei ministri di AN, Urso, forse, parlare di Balcani, mentre dietro di lui scorrono immagini di operai in fabbrica. Si annuncia, per il 24 aprile, una tavola rotonda sul rapporto tra ‘noi’ e ‘loro’: nell’area dei Balcani, infatti, spiega il ministro, sono stati individuati molti settori in cui per gli imprenditori italiani è conveniente investire. Nel tessile ad esempio, o nel settore di concerie e pelletterie. Non che in Italia questi settori non siano fiorenti, anche perché – ma questo non lo dice – utilizzano normalmente manodopera poco qualificata e spesso, per conciare le pelli, il lavoro degli extracomunitari.

Ripenso alla frase di apertura di vari giornali bosniaci sul decennale dell’assedio di Sarajevo, «Ti ricordi del 5 aprile?», e la sensazione è che tanti si ricordino, sin troppo, anche se non delle stesse cose.

Qui il racconto di Valentina.